• Marzia

Otto mesi a Ghazzah street - Hilary Mantel




Ci sono almeno due modi di leggere Otto mesi a Ghazzah Street di Hilary Mantel, una delle scrittrici oggi più apprezzate in Inghilterra. Il modo più ovvio è prenderlo per un romanzo Baedeker, una guida all’alterità islamica, arabo-saudita, quale progressivamente si disvela alla sempre più inquieta osservazione di alcuni espatriati inglesi. Vecchia strategia: Mantel descrive una civiltà attraverso occhi estranei, stupendosi, come potrebbe un moderno Montesquieu che abbia letto il saggio di Said sugli abbagli del nostro orientalismo, di idiosincrasie e anacronismi. La seconda modalità di lettura, più sottile, è intendere il romanzo come una stralunata allucinazione metafisica che infine deflagra in non luoghi a seguito di non eventi. E, in effetti, cose misteriose, strane e persino perturbanti, accadono o sembrano accadere sotto i nostri occhi in spazi instabili, de-identitarizzati, arelazionali, quasi senza che ce ne accorgiamo o siamo in grado di razionalizzarle. Chi bazzica l’inaccessibile stanza del piano di sopra nel condominio di Ghazzah Street? Una coppia di amanti segreti, fratello di politicante lui, donna maritata lei? Cosa nasconde, semmai esista davvero, la cassa che appare e scompare dal terrazzo? Un cadavere? Che cosa faceva l’uomo con il fucile sulle scale del palazzo? Perché proprio questo pare di aver visto a Frances Shore, la protagonista della nostra storia. Sicché, stranezza dopo stranezza, cresce nel lettore la sensazione che il romanzo miri a transvalutare l’incertezza sugli eventi della quotidianità più trita in ontologia generale del dubbio, potente metafisica dell’assurdo o, come è parso a un critico, incubo orwelliano. E, almeno a tratti, l’upgrade riesce a Mantel.


Uno dei miei acquisti al Salone del Libro di Torino che sostava da tempo nella mia lista dei libri da leggere è: Otto Mesi a Ghazzah street.    “Terribilmente avvincente. Costringe il lettore a sospendere la vita quotidiana fino alla fine della lettura”. Così si esprime il Sunday Times sul libro di Hilary Mantel. Ed è vero. E’ un viaggio affascinante nelle infinite contraddizioni sociali dell’Arabia Saudita, una cultura eccezionalmente distante da quella occidentale da risultarci incomprensibile al punto da portarci a fare a equazioni inesorabilmente negative soprattutto seguendo l'onda emotiva di noti fatti di cronaca. E’ un romanzo di incredibile valore perché è il racconto di una immersione totale in quella cultura da chi lì ci ha vissuto davvero. L’autrice ha infatti vissuto per quattro anni a Gedda e in seguito alla pubblicazione del romanzo, ha riferito di non essere più potuta tornare in quanto considerata ospite sgradita. La trama ricalca l’esperienza personale della Mantel.

Frances, la protagonista, è una cittadina inglese espatriata a Gedda con il marito, un ingegnere incaricato di seguire la costruzione di un importante edificio ministeriale. Frances si trova quindi catapultata in una realtà sconcertante dove non le è consentito uscire da sola, lavorare, guidare, entrare in uffici pubblici, dove non può parlare e se lo fa viene ignorata, trapassata dallo sguardo impietoso degli uomini. E’ impossibile per una donna affermare la propria identità. Lei però vuole capire e conoscere questo mondo diverso e si  avvicina alle donne arabe che abitano nel suo stesso condominio. Saranno loro ad accompagnarla nella scoperta della nuova società e della nuova religione ma la diffidenza e l'ambiguità del loro comportamento contribuirà ad insinuare nella mente della protagonista uno stato di allarmismo che progressivamente prende forma nel libro. L’area geografica sembra essere una sorta di regista del romanzo: Gedda scandisce la vita dei suoi abitanti. La città, con le sue interruzioni obbligate per la preghiera, detta il ritmo per il lavoro, per bere il caffè, per le visite al suq. L’aria, afosa e polverosa, costringe le donne a vivere all’interno delle proprie abitazioni, come in un tempo fermo, sospeso. Alienate e distanti dalla realtà. Molto bello il parallelismo tra la formazione professionale della protagonista che prima di approdare in Arabia Saudita lavorava come cartografa e la sua difficoltà a orientarsi e comprendere una società contraddittoria, corrotta, apparentemente immobile e distaccata  ma in realtà sempre occupata a guardare e giudicare.

Una cartografa che non riesce a districarsi nella mappa sociale, non riesce a tracciarne le linee, a disegnarne le strade e a individuarne le uscite. Sotto alla trama principale c’è un secondo livello che vede la tessitura di una trama secondaria e che potrebbe essere considerata una seconda chiave di lettura, un romanzo dentro il romanzo che regala al lettore l’atmosfera accattivante e travolgente degna di un thriller. Cosa succede al piano di sopra? Cosa accade nell’appartamento vuoto dove Frances sente rumore di passi? Il mistero diventa quasi un’ossessione per la protagonista. Frances vuole togliere il velo sull' omertà e sui silenzi, sul viso delle donne,  sulle voci mute; vuole dare voce a chi, a Gedda, non può averla. La scrittura della Mantel è avvincente, scorrevole, armoniosa.


Una potente voce femminile che parla di un mondo in cui l’universo femminile non esiste.


Titolo: Otto mesi a Ghazzah Street

Autore: Hilary Mantel

Editore: Fazi Editore

334 pagine



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